mercoledì 10 dicembre 2008

Appunti da "la scuola è finita"

Martedì 2 dicembre, nella Sala della Vaccara di Perugia, si è tenuto un dibattito pubblico organizzato dal coordinamento provinciale di Sinistra Critica sul tema “La scuola è finita”. Scopo dell’iniziativa è stato sia il tentativo di un’analisi organica dei recenti provvedimenti normativi, approvati e in via di approvazione, riguardanti appunto la scuola e l’università pubblica, sia la descrizione del profilo dell’onda di protesta che, contro tali provvedimenti, si è levata dal personale della scuola elementare e media, dal mondo universitario – per opera in particolare dei ricercatori e del personale docente precario –, dal fronte dei sindacati di base, ma soprattutto dal movimento degli studenti, medi e universitari, che per primi sono entrati in agitazione contro le decisioni del governo Berlusconi.

Nell’incontro, sono state tracciate le ragioni di questa protesta trasversale e Patrizia Bracarda, maestra elementare e membro del “Coordinamento genitori-insegnanti” di Perugia, avviando il dibattito ha sottolineato come la riforma Gelmini, riducendo le ore di insegnamento a 24, avrà come effetto quello di riportare indietro di 50 anni la scuola elementare italiana in un momento in cui da più parti, e per vari motivi, viene avanzata la richiesta di una maggiore scolarizzazione della nostra società. Eppure, la scuola primaria italiana è l’eccellenza riconosciuta del nostro sistema di istruzione, frutto di quella riforma varata nel 1990 che – strutturando l’insegnamento in moduli, prevedendo tre insegnanti per due classi e momenti di copresenza – trasformava in legge l’esperienza sul campo maturata dalle maestre in circa vent’anni di lavoro. “Si tratta”, ha detto la Bracarda, “dell’unico esempio di riforma scolastica partito veramente dal basso, una riforma chiesta con forza dagli anni Settanta e supportata dall’evidenza dei risultati pedagogici, nei confronti della quale il Parlamento non poté far altro che prenderne atto e ratificare”. Antonio Labonia, preside di scuola media, ha invece voluto sottolineare l’emblematico stravolgimento subito negli ultimi anni proprio dalla figura del preside, deputato originariamente al coordinamento didattico e pedagogico di un istituto e ora obbligato invece a farsi manager amministrativo di una azienda-scuola dove vengono impiegati insegnanti concepiti più che altro come passivi trasmettitori di conoscenze. Patrizia Puri, insegnante precaria aderente ai Cobas, ha messo poi in evidenza come una simile trasformazione, e quella in genere patita da tutta la scuola media italiana, è stata di fatto possibile in virtù della mancanza di quell’azione di contrasto di cui si sarebbero dovuti far carico i sindacati confederali che, al contrario, nel corso degli ultimi anni hanno di fatto appoggiato scelte di governo, e di tutti i governi, tese a fare della scuola il luogo di formazione di nuovi cittadini-consumatori acritici e inconsapevoli dei propri diritti. La Puri ha denunciato anche come il disegno gelminiano di un riordinamento strutturale della scuola, oltre ai tanti danni indicati con preoccupazione da più parti, risulti ancor più grave in riferimento al fatto che porterà al licenziamento di circa 150 mila precari, il 92% dei quali donne. Passando all’analisi dello stato in cui versa il sistema universitario e delle proposte di sua riforma oggi in discussione in Parlamento, Roberto De Romanis, ricercatore dell’ateneo perugino, ha ricordato che, a fronte dell’ineludibile necessità di cambiamento del sistema, la proposta avanzata dal governo, sbandierata come grande opera di moralizzazione e di introduzione del criterio del merito, è in realtà determinata unicamente da ragioni di cassa (tagli per un miliardo e 500 milioni di euro già decisi per i prossimi 4 anni con la legge 133, tagli che ora il DL 180, dopo le tante proteste, vorrebbe solo in minima parte limitare). Risulta quindi quanto meno paradossale che la difesa del sistema pubblico di istruzione universitaria sia ancora una volta lasciata sulle spalle di coloro che nei vari atenei rappresentano per statuto le figure più transitorie (studenti e precari), anche se va comunque rammentato che precario è circa la metà del personale docente che insegna nelle nostre università: a fianco dei circa 60.000 professori e ricercatori di ruolo, insegnano a diverso titolo e con contratti provvisori di vario tipo altri 50.000 docenti. Privatizzare ulteriormente l’università, come vorrebbe il progetto governativo di trasformare gli atenei in fondazioni, finirebbe dunque per rendere inevitabilmente ancora più precario l’insegnamento universitario, mentre chi farà ricerca sarà obbligato – pena la sua sopravvivenza nel sistema – a produrre quei risultati che il capitale privato chiederà in cambio dei finanziamenti elargiti.

E la precarizzazione del lavoro, nell’università e fuori, è una delle maggiori preoccupazioni anche dell’Onda studentesca, che però non si limita a combattere solo questa. Francesco Silvi, studente della Facoltà di Economia di Perugia, ha presentato le prossime iniziative del movimento in città a favore del diritto allo studio e contro i limiti alla mobilità urbana, ribadendo come l’Onda sia portatrice di una forte spinta propositiva volta anche alla riacquisizione di spazi vitali (aule e biblioteche, innanzitutto) all’interno delle università. A concludere, l’intervento di Giorgio Sestili del coordinamento dei collettivi di Roma “La Sapienza” ha voluto rimarcare come l’agitazione studentesca di questi mesi miri a essere in realtà una protesta dal carattere fortemente unitario, che chiede sì l’abrogazione della legge Gelmini sulla scuola, il ripensamento della 133 e il ritiro del DL 180, ma che al tempo stesso vuole entrare in consonanza con le istanze dei tanti lavoratori oggi in lotta in difesa del posto di lavoro minacciato dalla crisi, o per l’introduzione di un salario minimo garantito a tutti i lavoratori. In tal senso, il rifiuto espresso dal movimento verso ogni etichetta ideologica, qualsiasi bandiera, qualunque simbolo, è stata una scelta che tende, non tanto al rigetto della politica, o all’antipolitica, come è stato scritto su molti giornali, quanto a una volontà di distinzione dalle vecchie e ormai sterili pratiche di opposizione dei partiti; che tende, soprattutto, a una partecipazione che veda il coinvolgimento di istanze provenienti da realtà pur eterogenee tra di loro ma che – attraverso un confronto serrato, una riflessione comune e l’individuazione di obiettivi condivisi – possano giungere a un possibile raccordo e a nuove forme di aggregazione e di democrazia partecipata. Nessuna nostalgia verso un sistema decrepito, esprimono gli studenti in lotta in questi mesi; e nessuna difesa dei privilegi dei baroni che, dietro le quinte, li starebbero manovrando. Come nessun favore vogliono fare a questo o quel partito, che starebbe dietro il movimento o che tenterebbe di cavalcare l’Onda. Ciò che gli studenti portano oggi in piazza e nelle loro assemblee è invece una possibilità alternativa di partecipazione e di lotta, per una speranza che andrebbe massimamente sostenuta e caldeggiata – almeno da quanti hanno a cuore un reale cambiamento in questo paese. 

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