La storia di Emanuele Pantanè è una storia tragica che chiede giustizia ma deve diventare anche un monito per tante altre situazioni simili, affinchè traagedie come quella di Catania non abbiano a ripetersi in strutture universitarie sempre più ridotte alla fatiscenza dai tagli finanziari della politica e dalle logiche baronali con le quali si gestiscono ricerca ed università, non solo a Catania!
Claudio Santi
Emanuele Patanè era un nostro collega, un dottorando in Farmacia, deceduto nel 2003, a soli 29 anni, per un tumore al polmone destro. Emanuele ha svolto attività di ricerca dal '99 al 2003. Nel 2002 si ammala ed è convinto che la sua patologia sia legata a ciò che succede in laboratorio. Per questo scrive un memoriale, appuntando tutto. A casa raccontava delle anomalie che vedeva a lavoro ed il suo laboratorio lo chiamava "il laboratorio della morte""A Raffaella, la sua fidanzata, a suo padre Alfredo,lo aveva detto piu' volte: 'Quel laboratorio sara' anche la mia tomba'. Una stanza di 120 metri quadri, tre porte e tre finestre non apribili, due sole cappe di aspirazione antiche e inadeguate e tutte le sostanze killer, le sue 'compagne' di studio e lavoro lasciate li' sui banconi, nei secchi, in due frigoriferi arrugginiti: acetato d'etile, cloroformio, acetonitrile, diclorometano, metanolo, benzene, con vapori e fumi nauseabondi e reflui smaltiti a mano". "Li' dentro il laboratorio di farmacia dell'Universita' di Catania nel quale sognava di costruire il suo futuro, Emanuele, 'Lele' Patane', -scrive oggi La Repubblica negli ultimi due anni aveva visto morire e ammalarsi, uno dietro l'altro, colleghi ricercatori, studenti, professori amministrativi". Come per "Maria Concetta Sarva', giovane ricercatrice, entrata in coma mentre era al lavoro e morta pochi giorni dopo; Agata Annino stroncata da un tumore all'encefalo; Giovanni Gennaro, tecnico di laboratorio, ucciso anche lui da un tumore. E poi quella giovane ricercatrice, al sesto mese di gravidanza, che aveva perso il bambino per mancata ossigenazione. E diagnosi di tumori a raffica: per uno studente, per una docente, per la direttrice della biblioteca, per un collaboratore amministrativo. Fino a quando, nel dicembre 2003, e' toccato a lui. Ad Emanuele, 29 anni, un ragazzone forte e sportivo, laureato con 110 e lode, idoneo all'esercizio della professione farmaceutica, dottore di ricerca, stroncato in meno di un anno da un tumore al polmone". "Quello che descrivo è un caso dannoso e ignobile di smaltimento di rifiuti tossici e l'utilizzo di sostanze e reattivi chimici potenzialmente tossici e nocivi in un edificio non idoneo a tale scopo e sprovvisto dei minimi requisiti di sicurezza". Così Emanuele comincia le cinque pagine datate 27 ottobre 2003, tre mesi prima della sua morte. Dopo il sequestro del laboratorio l'anziano padre di Emanuele, Alfredo Patanè, 70 anni, si è ricordato di quelle pagine lette nel pc del figlio. "Quel memoriale Lele lo voleva consegnare ad un avvocato per denunciare quello che accadeva lì dentro, che lì dentro si moriva - racconta - Ma l'avvocato a cui si era rivolto gli aveva detto che ci volevano dei testimoni perché contro i "baroni" dell'Università non l'avrebbe mai spuntata...". Emanuele evidentemente si rendeva conto delle condizioni di estremo pericolo in cui lavorava, ma la paura di perdere la sua opportunità di carriera deve averlo fatto continuare. E così particolarmente grande fu la sua amarezza quando il coordinatore del dottorato di ricerca, Giuseppe Ronsisvalle, ("nonché proprietario della facoltà di Farmacia", scrive) gli negò la borsa di studio, a lui, unico partecipante al concorso, solo perché ormai ammalato di tumore. Meglio conservare la borsa di studio per l'anno successivo per un altro studente. "Io non avevo nessuna raccomandazione - scrive Emanuele - mi chiedo come sia possibile che un concorso pubblico venga gestito in questo modo, senza nessuna trasparenza, legalità, senza nessun organo di controllo". Lele racconta così i suoi due anni trascorsi in quel laboratorio, fino al luglio 2002, quando anche per lui arrivò la terribile diagnosi. "Durante il corso di dottorato, trascorrevo generalmente tra le otto e le nove ore al giorno in laboratorio per tutta l'intera settimana, escluso il sabato. Non c'era un sistema idoneo di aspirazione e filtrazione, c'erano odori e fumi tossici molto fastidiosi e spesso eravamo costretti ad aprire le porte in modo da fare ventilare l'ambiente". C'erano due cappe di aspirazione antiquate "quindi lavorare lì sotto era lo stesso che lavorare al di fuori di esse". "Dopo la diagnosi della mia malattia, cioè nel 2002, una di questa cappe è stata sostituita con una nuova. Le sostanze chimiche, i reattivi ed i solventi erano conservati sulle mensole, sui banconi, in un armadio sprovvisto di sistemazione di aspirazione e dentro due frigoriferi per uso domestico tutti arrugginiti. Dopo avere trascorso l'intera giornata in laboratorio avvertivo spesso mal di testa, astenia ed un sapore strano nel palato come se fossi intossicato". Lele aveva annotato uno per uno tutti i suoi colleghi scomparsi e ammalati: "Sono tutti casi dovuti ad una situazione di grave e dannoso inquinamento del dipartimento e sicuramente non sono da imputare ad una fatale coincidenza. La mancata accortezza nello smaltimento dei rifiuti tossici e l'utilizzo di sostanze e reagenti chimici in assenza dei minimi requisiti di sicurezza ha nuociuto e potrà ancora nuocere se non verranno presi solerti provvedimenti". Ma nessuno, fino alla presentazione dell'esposto da parte dei familiari di Emanuele, si era accorto che quel laboratorio si era trasformato da anni in una fabbrica di morti.
Fonti: La Repubblica, Indymedia; Siciliainformazioni, Girodivite
2 commenti:
Ho cominciato il mio corso di laurea con Emanuele. Lui si è laureato qualche mese prima di me e poi entrambi abbiamo scelto di continuare a fare ricerca, lui in ambito chimico-farmaceutico, io in quello tecnologico-farmaceutico. L'ultimo ricordo che ho di Emanuele risale a qualche mese prima che lui morisse. Lo incontrai sull'ascensore, smagrito, e gli chiesi come stesse. Lui sempre sorridente disse che stava per andare negli Stati uniti per curarsi e dopo non l'ho più visto. E così ho visto morire anche Agata Annino, una splendida ragazza intelligente, attiva. Me la ricordo col suo cappellino all'uncinetto per coprire la calvizie totale della chemio. Loro erano i miei colleghi e soprattutto ad Emanuele io volevo un bene dell'anima. E dire che quando finiamo il Dottorato e ci cacciano a calci in culo dalla Facoltà perchè per noi non c'è più posto, ci arrabbiamo, ci accapigliamo fra di noi per avere qualche borsa post-dottorato. Che scemi. Oggi conduco una parafarmacia. non ho più l'affanno, le mie mani sono di nuovo lisce e non più rugose, non ho più mal di testa tutti i giorni. Non guadagno quasi nulla ma almeno ci guadagno in salute. Ai genitori di Emanuele e di Agata voglio dire che i loro figli erano persone splendide e che mi sento onorata d'averli conosciuti. Che vadano avanti per scoprire la verità e che chi ha sbagliato adesso paghi.
Un bacio a Emanuele e Agata.
Kiriasto
Cara Kiriasto,
grazie per il tuo commento, a me che faccio questo lavoro, che stimolo i miei dottorandi ad appassionarsi a questo lavoro, a me che credo nell'utilità della ricerca come opportunità di sviluppo per una nazione, a me che credo nella necessità di una ricerca libera ed indipendente, pensare che qualcuno possa morire per contribuire ad un futuro migliore di tutti genera una profonda rabbia, perchè sappiamo tutti con che cosa abbiamo a che fare, con i rischi e come minimizzarli con i metodi opportuni.
E' ovvio che in questo caso le responsabilità sono pesanti e credo siano anche velocemente attribuibili, e concordo con te, si scopra tutta la verità e chi ha sbagliato paghi
claudio
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